Tricopigmentazione, un tatuaggio per simulare i capelli.

0
295
tricopigmentazione

La tricopigmentazione è un trattamento estetico che prevede l’inserimento di un pigmento specifico nel derma superficiale del cuoio capelluto tramite l’ausilio di macchinari appositamente sviluppati al fine di simulare otticamente l’aspetto dei follicoli piliferi. Si tratta di un rimedio cosmetico alla calvizie.

Il mondo scientifico ha riconosciuto la tricopigmentazione come valido complemento e alternativa al trapianto di capelli e le più importanti cliniche a livello internazionale integrano la propria attività con la tricopigmentazione.

 

Le origini della tricopigmentazione

L’antenato della tricopigmentazione è il tatuaggio. I primi tattoo risalgono a oltre 5.000 anni fa. Già nei reperti dei graffiti egiziani si osservano testimonianze di questa pratica. Fino a circa 30/40 anni fa i tatuaggi rappresentavano un simbolo di appartenenza sociale e avevano, molto spesso, una connotazione negativa. Solitamente erano i galeotti a tatuarsi, gli ebrei venivano tatuati con un numero di serie, i marinai e i militari utilizzavano il proprio corpo come un libro.

A cavallo tra gli anni ’80 e ’90, il tatuaggio perse finalmente la sua connotazione negativa e iniziò a essere visto come uno strumento per esprimere il proprio gusto e la propria personalità. Grazie a questa rivalutazione, si sviluppo la micropigmentazione. Il tatuaggio iniziò a essere utilizzato per sostituire l’applicazione quotidiana del make-up. Carole Frank, estetista francese, importò questa metodica in Europa e lanciò quella che sarebbe stata una moda apprezzata fino ai giorni nostri.

Naturalmente, in origine, i pigmenti utilizzati non tenevano conto delle esigenze della zona trattata e, con il passare del tempo, creavano dei disagi a chi si sottoponeva al trattamento. Il disegno perdeva di definizione e i colori viravano. Dato, però, l’innegabile successo della tecnica, la micropigmentazione visse un boom in tutto il mondo che portò allo sviluppo di pigmenti specifici e di strumenti meno invasivi (macchinari, aghi, ecc.).

In questo contesto si sviluppò la Scalp Micro Pigmentation (pigmentazione del cuoio capelluto). I termini utilizzati sul mercato per descrivere questa tecnica sono numerosi: scalp pigmentation, SMP, MSP, tatuaggio dello scalpo, hair follicle replication, ecc.

L’idea di sopperire a un deficit pilifero sul cuoio capelluto tramite l’inserimento di depositi puntiformi nel derma risale agli anni ’70, tuttavia i risultati erano poco soddisfacenti e i look ottenuti poco naturali.

I padri della pigmentazione dello scalpo moderna possono essere considerati Ian Watson e Ranbir Rai-Watson, cofondatori di His Hair Clinic. Nel 2001, Ian Watson perse suo fratello a causa del cancro e, a causa del forte stress cui fu sottoposto, Ian perse tutti i capelli sviluppando una forma di alopecia totale. Ranbir decise di sviluppare un sistema per simulare l’aspetto dei capelli rasati sul cuoio capelluto di Ian.

Il risultato non fu ottimale, ma comunque soddisfacente e i due compresero la potenzialità della loro tecnica e iniziarono ufficialmente a pubblicizzarla e a offrirla al pubblico a partire dal 2006.

Nel corso degli anni, sono stati molti i centri in tutto il mondo a decidere di offrire questo servizio. Le tecniche hanno vissuto un costante sviluppo e protocolli innovativi sono stati sviluppati con lo scopo di migliorare costantemente la resa estetica del trattamento.

Nel 2007, Milena Lardì, direttore tecnico di Beauty Medical, sviluppò la versione temporanea della tecnica. Questa variante della Scalp Micro Pigmentation prese il nome di tricopigmentazione.

 

Perché temporanea?

Il pigmento da tricopigmentazione è studiato e sviluppato in laboratorio per far sì che il sistema immunitario possa fagocitarlo ed espellerlo nel giro di circa 3 anni. I fattori ne che influenzano la durata sono:

  • Età di chi si sottopone al trattamento;
  • Funzionamento del sistema immunitario;
  • Qualità e caratteristiche della pelle;
  • Abitudini;
  • Esposizione ai raggi UV.

 

Come avviene il processo di fagocitosi?

Il pigmento è composto da ossidi di ferro e biossido di titanio. È sottoposto a un processo di centrifugazione e di incapsulamento. In questo modo i metalli non entreranno mai in contatto con la pelle e non vi sarà alcuna reazione allergica.

La fase successiva è quella del filtraggio. Solo le polveri con una dimensione inferiore ai 15 micron sono selezionate e andranno a costituire il pigmento specifico. Questo perché i macrofagi del sistema immunitario hanno una dimensione di 20 micron e sono in grado di fagocitare solo i corpi estranei la cui dimensione è inferiore alla propria. In questo modo si è certi che il pigmento possa essere fagocitato ed espulso come tutti gli altri corpi estranei o superflui.

Da qui è possibile evincere che le polveri che compongono i pigmenti permanenti presentano una dimensione maggiore di 20 micron (generalmente 30 micron) e non possono essere fagocitate dai macrofagi del sistema immunitario.

 

Come scegliere tra il trattamento temporaneo e quello permanente?

La scelta è del tutto personale. Quel che è certo è che se si inserisce un pigmento, anche perfetto, in un “contenitore” imperfetto, quale la cute, non si può pensare che questo rimanga invariato per sempre. Anche nel caso di un trattamento cosiddetto “permanente”, saranno quindi necessarie delle sedute di ritocco a distanza di qualche anno, per restituire definizione ai puntini e ridonare uniformità alla zona interessata.

La tricopigmentazione temporanea, dal canto suo, tiene conto di fattori quali:

  • Il processo di incanutimento cui sono sottoposti i capelli;
  • Il decorso dell’alopecia androgenetica;
  • La possibilità di modificare il look di chi si è sottoposto al trattamento.

 

L’ago da tricopigmentazione

Anche la scelta dell’ago svolge un ruolo essenziale nell’esecuzione del trattamento di pigmentazione del cuoio capelluto. L’ago da tricopigmentazione presenta una struttura peculiare: il taper è caratterizzato da una superficie liscia che crea un micro-foro nella cute, mentre la struttura dell’ago ha una parete ruvida che trattiene il pigmento e non lo lascia scivolare.

In questo modo, grazie al movimento costante dell’ago nel derma, è possibile rilasciare sempre la stessa quantità di pigmento, ottenendo depositi identici.

 

La profondità di inoculazione

Perché il deposito eseguito dal tecnico risulti perfetto e il pigmento non espanda all’interno della cute, è opportuno lavorare a livello del derma superficiale, sotto la membrana dermo-epidermica. L’ago deve inserire il pigmento a una profondità di 0,5 mm. Un errore nel settaggio dell’ago inficerebbe la buona riuscita del trattamento, poiché porterebbe alla formazione di macro-dots.

 

Gli ambiti di applicazione della tricopigmentazione

La tricopigmentazione rappresenta una tecnica estremamente versatile poiché può essere utilizzata in tutte le situazioni che vedono un diradamento o un deficit pilifero a carico del cuoio capelluto. Analizziamo, di seguito, i singoli casi, al fine di comprendere come possa essere utilizzata la tecnica.

  • Alopecia androgenetica

La cosiddetta “calvizie comune” rappresenta la maggiore causa di caduta di capelli nelle donne e negli uomini. Il decorso della condizione è diverso in ogni individuo.

In alcuni casi, il chirurgo può intervenire eseguendo un trapianto di capelli per coprire le zone interessate dalla caduta. La tricopigmentazione rappresenta un ottimo complemento per aumentare otticamente la densità ottenuta dal chirurgo. L’obiettivo del tecnico di tricopigmentazione è coprire il più possibile le trasparenze saturando la pelle con un trattamento ad alta densità.

Qualora il trapianto non sia possibile, a causa di una zona donatrice insufficiente, o di una zona ricevente eccessivamente estesa, la tricopigmentazione rappresenta una valida alternativa al trapianto. Si procederà, in questo caso, con un trattamento con effetto rasato. Il tecnico simula le densità tipiche del cuoio capelluto.

 

  • Camouflage di cicatrici

A seguito di un trapianto Strip o FUE, la tricopigmentazione può essere utilizzata per camuffare le cicatrici in area donatrice. Perché una cicatrice possa essere camuffata, deve essere perlacea (non irrorata) e non eccessivamente ampia (diastasi).

La tricopigmentazione vede un’applicazione anche in caso di camouflage di cicatrici post operazione chirurgica e post trauma.

 

  • Alopecia areata

L’alopecia areata è una patologia che si manifesta con la formazione di chiazze glabre sul cuoio capelluto. Le cause scatenanti sono ancora ignote, sebbene sembra vi sia una componente immunitaria.

La tricopigmentazione rappresenta l’unico strumento a disposizione di chi ne è affetto per ridonare uniformità e ordine alla propria immagine in quanto un trapianto di capelli non è possibile. L’obiettivo del tecnico specializzato in tricopigmentazione è ottenere, nelle zone glabre, la stessa densità presente nelle aree circostanti.

 

  • Alopecia universale

Si tratta del caso più complesso per un operatore. Sono richieste grandi abilità tecniche e un’ottima conoscenza delle caratteristiche della pelle del cuoio capelluto per l’ottenimento di un risultato naturale. Le zone parietali e quella occipitale richiedono particolare attenzione, poiché la cute di queste aree è particolarmente sottile e il pigmento tende a espandersi.

Prima di cominciare il trattamento è essenziale disegnare l’intera linea del cuoio capelluto rispettando le fondamentali regole morfologiche.

 

  • Dopo la rimozione di una protesi

Molto spesso capita che una persona che indossa un impianto protesico decida di sospendere l’applicazione. In questo caso, non è possibile eseguire immediatamente una tricopigmentazione. La pelle, dopo lunghi periodi di occlusione, può presentare irritazioni ed è probabile che il turn-over cellulare sia accelerato dal contatto con l’aria.

È opportuno attendere un mese rimuovendo completamente la protesi, oppure rimuoverla ogni notte per 15 giorni applicando una crema cortisonica.

 

Il trattamento è doloroso? Qual è il periodo di convalescenza?

Il trattamento non è doloroso. Il trauma creato dall’ago è superficiale e l’eventuale sensazione di fastidio è del tutto sopportabile. Non è necessaria alcuna anestesia.

Proprio per la poca invasività, non vi è alcun periodo di convalescenza. È possibile tornare alle proprie attività appena concluso il trattamento.

Per una settimana sarà necessario evitare l’esposizione a raggi UV, cloro, salsedine, sudorazione eccessiva, e utilizzare uno shampoo e un siero specifici per favorire la corretta stabilizzazione del pigmento e offrire alla cute una protezione dai batteri.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.